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Rifugiati nella storia

Nel 1951, all’indomani della seconda guerra mondiale che aveva visto masse senza precedenti di profughi spostarsi attraverso i confini delle nazioni, numerosi paesi – tra cui l’Italia - aderiscono alla Convenzione di Ginevra, che con l’art. 1 fornisce la prima definizione internazionalmente riconosciuta del termine rifugiato:

«chiunque […] nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dallo Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dal suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimento, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

Logo UNHCR

Sempre nel 1951 la costituzione dell’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees o Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) definisce i rifugiati come una questione di pertinenza internazionale, in linea con la necessità di predisporre legislazione e strumenti internazionali a protezione dei diritti umani, che aveva informato poco prima l’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). Già questa prefigurava il diritto d’asilo, essendo sorta dall’esigenza di formalizzare l’impegno internazionale di evitare che orrori come l’Olocausto potessero ripetersi.

Naturalmente profughi e rifugiati sono sempre esistiti e non sono certo un prodotto della seconda guerra mondiale. Ciò che però emerge in questo periodo è la figura del rifugiato moderno, che prende forma nei campi profughi gestiti dai militari e predisposti durante il conflitto, successivamente posti sotto il controllo del diritto internazionale come interventi di tipo umanitario. Nel 1953, infine, l’ONU distingue definitivamente la migrazione economica dallo spostamento forzato per motivi politici, e prevede da allora in poi regimi di governo distinti e divergenti per migranti e rifugiati. È da quel momento che i rifugiati divengono l’emblema dello sradicamento, definiti unicamente in rapporto alle perdite o alle violenze subite e rappresentati come vittime incapaci di agire e reagire, che necessitano quindi assistenza esterna e aiuti umanitari.

Dall’inizio degli anni Novanta si assiste a un ulteriore mutamento, poiché le diaspore prima dirette unicamente verso altri paesi del Sud del mondo iniziano ad interessare anche il Nord globale. In questi anni cambiano anche la modalità dello spostamento, poiché mentre a muoversi tra i paesi del Sud del mondo sono essenzialmente interi gruppi e collettività in parte omogenee per lingua e appartenenza, a raggiungere i paesi del Nord (Europa ed USA) sono oggi invece prevalentemente individui singoli e spesso soli. In questo senso, mentre nei campi profughi nei paesi extra-occidentali vengono confinate intere comunità, i rifugiati o beneficiari di protezione internazionale nel Nord sono individui isolati, raggruppati all’interno delle stesse strutture - di accoglienza, identificazione o espulsione - a prescindere dalle loro provenienze, al fine di identificare singolarmente chi abbia “davvero” diritto a qualche forma di protezione o chi invece debba essere espulso in quanto “impostore”.

All’interno della cosiddetta Fortezza Europa infatti, lo status di rifugiato è divenuto una sorta di premio o privilegio per pochi, mentre la stragrande maggioranza delle persone che per diversi motivi sono costrette a lasciare il proprio paese restano in quelli confinanti. Secondo l’ultimo rapporto dello stesso UNHCR (2010), sono attualmente 43 milioni le persone costrette a migrare o fuggire in base alle stime ufficiali. In questo numero sono compresi 15 milioni di rifugiati ufficialmente riconosciuti, quattro quinti dei quali si trovano in paesi extra-occidentali.

Barbara Sorgoni, Università di Bologna

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